Un po’ di storia

  • 1182 Prima attestazione documentata della Rocca
  • 1446 Francesco Sforza assedia nel castello le truppe di Sigismondo Malatesti
  • 1463 Federico di Montefeltro conquista Gradara
  • 1494 Restauro della Rocca per volere di Giovanni Sforza
  • 1510 Nasce Costanzo Sforza, figlio di Giovanni
  • 1512 La signoria pesarese passa ai Della Rovere
  • 1631 Devoluzione del ducato allo Stato della Chiesa
  • 1921 – 1923 Restauro della Rocca ad opera dell’ingegnere Umberto Zanvettori

La Rocca di Gradara, un gioiello dell’architettura fortificata italiana, è frutto di diverse fasi ricostruttive che si sono succedute nel corso dei secoli fino all’ultimo grande intervento di restauro compiuto tra il 1921 e il 1923, che ha connotato l’edificio con una forte impronta di stile medioevale e neo-medioevale.

L’impianto della rocca – un quadrilatero con torri angolari – può essere riconosciuto tra gli esempi tipici dell’architettura militare del XIV secolo.
Rimasto in possesso dei Malatesti fino alla sconfitta della casata da parte di Federico di Montefeltro, nel 1463, il complesso passa agli Sforza di Pesaro, famiglia che governa tra il 1445 e il 1512, anni di grande splendore per la città e per i suoi castelli.

Agli Sforza è riconducibile la decorazione pittorica della Sala dei Putti, realizzata intorno al 1510 per celebrare la nascita di Costanzo, figlio di Giovanni Sforza. Il pittore vuol alludere con questa decorazione, in cui sono raffigurati fanciulli intenti a giocare felici, alla propizia e prospera continuità della discendenza sforzesca. Nel 1512 tuttavia il piccolo Costanzo muore e la signoria sforzesca viene rapidamente destituita in favore di Francesco Maria Della Rovere, nipote di papa Giulio II che vuole destinargli la signoria di Pesaro, oltre a quella di Urbino.

Dalle fonti documentarie risulta che nel 1631, dopo la devoluzione del Ducato allo Stato della Chiesa, la rocca alterna periodi di splendore a momenti di decadenza fino al Settecento, quando viene intrapreso un restauro con criterio archeologico.

Disegni risalenti a metà Ottocento mostrano la rocca in condizioni critiche ed è solo tra il 1921 e il 1923 che l’intero complesso è sottoposto ad un restauro integrale ad opera di Umberto Zanvettori, figura poco nota di amante delle arti e mecenate. Accanto a imponenti lavori di consolidamento delle murature, egli fa curare l’allestimento delle sale, in particolare quelle del piano nobile, dove viene riproposto l’assetto di una residenza signorile tra Medioevo e Rinascimento.
L’arredo degli ambienti è accuratamente scelto con pezzi di indubbio valore artistico reperiti sul mercato antiquario ed ecletticamente mescolati nei diversi ambienti, i quali presentano pareti rivestite da decorazioni dipinte con la riproposizione degli emblemi araldici degli antichi signori e, talora, un notevole grado di arbitrarietà.

Tale ricostruzione è pensata non tanto con scrupolo filologico quanto piuttosto con un gusto dannunziano per la ridondanza e per l’atmosfera carica di suggestione.
Nel 1928, poco prima di morire, Umberto Zanvettori vende la rocca allo Stato Italiano, non prima di aver assegnato l’usufrutto alla moglie Alberta Porta. Grazie a una convenzione le sale più importanti, come la Camera di Francesca, vengono rese visitabili dal 1967.

Una leggenda, nata peraltro in tempi piuttosto recenti, vuole infatti che entro le mura della residenza si sia consumata la tragica storia di Paolo e Francesca, gli infelici amanti cantati da Dante nel V Canto dell’Inferno.

E’ solo nel 1983, anno di morte della vedova Zanvettori, che il monumento diventa integralmente visitabile, rientrando nella piena proprietà dello Stato.

Stemma Sforza
Stemma della famiglia Sforza
Giochi di Putti
Giochi di Putti, sec. XVI